Biografia

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Pellizza da Volpedo

  • Biografia di Pellizza da Volpedo
    Pellizza da Volpedo

Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907)
Giuseppe Pellizza nasce a Volpedo il 28 luglio 1868. Il padre Pietro, nato nel 1828, è un piccolo proprietario terriero molto impegnato nella vita politica e sociale del paese: tra i fondatori della Società Operaia di Volpedo nel 1869, ne è a lungo vice-presidente; è inoltre presente a più riprese nell’Amministrazione comunale per conto della quale ricopre numerosi incarichi; la madre è la tortonese Maddalena Cantù (1835-1917). Giuseppe ha due sorelle: Maria (Marietta) è nata nel 1859, Antonietta nascerà nel 1871; un quarto fratello, Avventino, nasce nel 1876 ma morirà prematuramente nel 1879. La casa paterna è sita nella periferia settentrionale di Volpedo, nella zona allora nota come porta Sottana o “porta Stanga”, caratterizzata da un ponticello sulla secolare roggia Ligozzo, il cui corso artificiale lambisce l’abitazione.

Castelnuovo Scrivia (1879-1881)
Il giovane completa il triennio delle scuole elementari nel borgo natale nel 1878 e, dal 1879 al 1881, è iscritto alla scuola elementare e tecnico-commerciale di Castelnuovo Scrivia: nell’A.S. 1879-1880 frequenta il quarto anno delle elementari, in quello successivo il primo anno dell’istituto tecnico-commerciale, dove apprende i primi rudimenti di disegno avendo per insegnante Giuseppe Benzoni. In questi anni si cementa l’amicizia di una vita con il cugino e compagno di scuola a Castelnuovo Pietro Giani (Pidrinino, 1865-1907) e con Felice Abbiati (1868-1943).
Tra il 1881 e il 1883 si apre per il giovane Pellizza un periodo di attesa: egli evidenzia una spiccata propensione per il disegno, copiando immagini di personaggi e vignette illustrate dai giornali di casa, e manifesta con sempre maggiore determinazione la volontà di frequentare l’Accademia d’arte.
Questa attitudine ingenera un contrasto con i genitori, e spinge il padre Pietro a chiedere consiglio all’amico di famiglia Carlo Della Beffa, notaio in Milano. Il mercante d’arte Alberto Grubicy, che proprio attraverso i Della Beffa era diventato conoscente e poi amico di Pietro Pellizza, di cui acquistava il vino, fa in modo di iscrivere il ragazzo all’Accademia di Brera.

Milano (1884-1887)
Dal novembre 1883 si trasferisce quindi a Milano dove, in attesa dell’inizio dei corsi, frequenta lo studio del pittore Giuseppe Puricelli (1832-1894), maestro nella tecnica ad olio e nella pittura di paesaggio; dopo un breve periodo a pensione in via Passarella (dietro il Duomo), viene ospitato presso l’abitazione di Carlo Della Beffa, probabilmente in via Montenapoleone; si trasferisce quindi definitivamente a pigione presso l’abitazione dello stesso Puricelli, in via Palermo, a brevissima distanza dall’Accademia, i cui corsi inizia a frequentare dal gennaio 1884.
Nel 1885 espone per la prima volta all’annuale di Brera con La piccola ambiziosa, o Allo specchio, quadro di genere, dopo aver ricevuto già diversi premi e segnalazioni negli anni precedenti e ottenendone degli altri in quelli successivi, sia nella Scuola di disegno di figura sia nella Scuola di nudo. Tra i suoi insegnanti all’Accademia, oltre al direttore e successore di Hayez, Giuseppe Bertini (1825-1898), si annoverano Ferdinando Brambilla (Scuola di disegno – Elementi); Raffaele Casnedi (Scuola di disegno – Statue), Alberto Rondani (Composizione). Tra i compagni di corso si segnala, per la duratura amicizia, il ticinese Edoardo Berta (1867-1931)
Trasferitosi il maestro Puricelli a Sanremo, nel 1886 Pellizza inizia a frequentare lo studio del pittore Sanquirico in via San Vittore. Pio Sanquirico (1842-1900), era uso esercitare gli allievi soprattutto nella copia dal vero su modelli viventi, offrendo anzi, a detta degli allievi, la possibilità di copiare alcune fra le più belle modelle di Milano. Da Sanquirico Pellizza si reca dal gennaio 1886 all’estate 1887, iniziando ad eseguire con sempre maggior impegno e frequenza studi di teste.

Roma (1887) e Firenze (1888)
Giunto al termine dei quattro anni di corso, lascia Milano e, dopo aver visitato l’Esposizione nazionale a Venezia, nell’autunno 1887 sceglie di proseguire gli studi accademici nella capitale, dove, nel mese di novembre, si iscrive all’Accademia di San Luca frequentando nel contempo la scuola libera di nudo all’Accademia di Francia, presso Villa Medici.
Il periodo romano è però breve, solo due mesi: la delusione per l’ambiente accademico, giudicato scarsamente formativo, è compensato dalla possibilità di vedere i monumenti dell’antichità e le bellezze dell’arte soprattutto rinascimentale. Nel gennaio 1888 si trasferisce a Firenze e si iscrive all’Accademia di Belle Arti, dove trova, come maestro, Giovanni Fattori. L’insegnamento fiorentino è di grande soddisfazione, soprattutto nella resa del disegno e per i primi nudi a grandezza reale; stringe amicizie anche durature con i compagni di corso, tra cui Plinio Nomellini e Guglielmo Micheli, facendo inoltre la conoscenza di personalità della generazione macchiaiola come Silvestro Lega e Telemaco Signorini. Il soggiorno è breve, come quello romano, ma intenso e sortisce le prime opere di grande formato, come L’attesa. Lo studio del paesaggio dal vero offre esiti importanti nei mesi successivi con La Piazza di Volpedo; con Il ritratto della poverina e Discussione in canonica (o Dice la verità?) sarà presente alla mostra annuale di Brera del 1888 e alla Promotrice di Firenze tra 1a fine dello stesso anno e l’inizio del successivo.

Bergamo e primo viaggio a Parigi (1888-1889)
Dal novembre 1888, frattanto, è a Bergamo, deciso a proseguire i suoi studi presso l’Accademia Carrara, dove – ventenne – è accettato come allievo particolare, in deroga ai limiti di età, dal maestro Cesare Tallone (1853-1919). Tallone, ritrattista di vaglia, è un insegnante giovane e aperto, esperto ma capace di instaurare un rapporto anche cameratesco con gli allievi: è un periodo, quello bergamasco, particolarmente felice e fecondo per Pellizza, che ritrova Edoardo Berta e si lega ad altri amici e compagni di corso come il bergamasco Romeo Bonomelli (1871-1943) e il bresciano Pietro (Pirolino) Pagani (1863-1896). Proprio in questo periodo inizia a praticare la fotografia, utilizzando una macchina fotografica avuta di seconda mano dall’amico Edoardo Berta, già compagno di corso a Brera e ritrovato a Bergamo.
Il desiderato viaggio a Parigi, in occasione dell’Esposizione Universale del 1889, è interrotto dalla morte della sorella minore Antonietta, fatto che lo spinge a rientrare anticipatamente a Volpedo e a dipingere Ricordo di un dolore, la tela che il pittore nel 1897 vorrà donare all’Accademia Carrara a testimonianza del felice biennio bergamasco.

Genova e il definitivo ritorno a Volpedo (1890)
Alla fine del 1890, dopo una brevissima esperienza presso la Ligustica di Genova, Pellizza considera concluso il suo apprendistato e concretizza il progetto di avere uno studio per la pittura adattando un locale adiacente alla casa paterna.
A Genova ha ritrovato l’amico livornese Plinio Nomellini, conosciuto a Firenze due anni prima, e nhel frattempo continua a coltivare l’abitudine, assunta fin dagli anni giovanili, di intrattenere relazioni epistolari con i compagni di studio, come testimoniano le numerose lettere scambiate con Edoardo Berta, lo stesso Nomellini, il suo concittadino Guglielmo Micheli e il bergamasco Romeo Bonomelli.

Le prime affermazioni e il passaggio al divisionismo (1890-1892)
Il biennio che si apre rappresenta uno snodo cruciale nella vita e nella carriera del giovane artista, che ha già sviluppato la consuetudine di firmarsi “da Volpedo”: partecipa alla Prima Triennale dell’Accademia di Brera del 1891 esponendo Ritratto di mio papà, Ritratto di mia mamma, Ritratto del mediatore Giani e Pensieri, intitolato anche Teresa, la giovane che sarà sua sposa nel 1892, l’anno in cui, all’Esposizione Colombiana di Genova, vince la medaglia d’oro con il quadro Mammine. Proprio a Genova ha ritrovato l’amico Nomellini, che ha un ruolo fondamentale nello spingere Pellizza verso le prime sperimentazioni divisioniste: Il pennello del ponte del Curone, bozzetto e olio definitivo, sono appunto del 1892.

Nuovi viaggi ed esperienze (1893-1900)
I due primi grandi esiti divisionisti saranno Speranze deluse e Sul fienile (presentati alla Triennale di Brera del 1894 con il precedente Mammine), cui farà seguito Processione (1895): le contrade e il paesaggio volpedese si consolidano come presenza costante della sua pittura, mentre lo studio viene ultimato con l’ampio lucernario zenitale. Di pari passo, invece, si allontana dalla vita sociale e anche politica del paese natale, dove, sulle orme paterne, aveva aderito alla Società Operaia nel 1890, fino a diventarne vice-presidente nel 1895, anno in cui mette termine a questa esperienza dopo aver tenuto il discorso inaugurale della nuova sede sociale.
Il pittore è sempre più assorbito dalla sua attività artistica e intellettuale: si è avviato infatti quel lungo e complesso processo creativo che porterà al Quarto Stato: ne sono parte costituente tanto i primi studi d’ambiente e dei personaggi sulla scena, datati 1892 (Piazza Malaspina, Ambasciatori della fame), quanto il nuovo soggiorno fiorentino del 1893-94, affrontato per sopperire, con la frequentazione delle lezioni all’Istituto di Studi Superiori, alle lacune di un formazione priva delle fondamenta classiche e umanistiche.
A Firenze si lega al gruppo che caratterizzerà i primi anni di vita della rivista “Il Marzocco” (1896-1932): Pier Ludovico Occhini, Angiolo Orvieto, Domenico Tumiati; da loro, però, si allontanerà allorché il suo percorso virerà decisamente verso quella “arte per l’umanità” così divergente dal concetto di ”arte per l’arte” abbracciato dagli estetizzanti amici fiorentini. Traccia di questo periodo rimane soprattutto nell’articolo “Il pittore e la solitudine”, una sorta di manifesto artistico e di scelta di vita, pubblicato nel 1897 sul periodico diretto da Enrico Corradini. Per il ferrarese Domenico Tumiati (1874-1943), allora autore di raccolte liriche e in seguito noto come drammaturgo, Pellizza realizza nel 1895 il disegno di copertina che reca lo stesso titolo del libro di poesie dell’amico, Iris florentina.
Dal 1894 si avvicina a Giovanni Segantini, con il quale intrattiene un intenso rapporto epistolare fino alla morte di lui, nel 1899, e al conterraneo Angelo Morbelli (1853-1919), che resterà sempre tra i suoi principali interlocutori artistici. Sarà proprio Morbelli; wordpress_9f517033971665d6d6f6cientifici sullo studio della luce e del colore per perfezionare la tecnica divisionista, che vede la sua resa più puntuale nell’opera Panni al sole; con Processione e Ritratto di Sofia Abbiati si presenta a Venezia in occasione della I Biennale del 1895.
Tra il 1895 e il 1896 lavora a Fiumana, un altro tassello del percorso sulla via della pittura di carattere sociale, mentre l’altra sua produzione si va avvicinando sempre più decisamente al simbolismo, di cui saranno massima espressione tanto Lo specchio della vita (1898), quanto L’autoritratto (1899); oggi le due tele sono rispettivamente alla GAM di Torino e agli Uffizi.
Nel 1896 intraprende un viaggio che lo porta prima a Roma e poi a Napoli mentre nella primavera dello stesso anno partecipa alla I Triennale di Torino, stringendo saldi rapporti con artisti e intellettuali piemontesi, in primis lo scultore Leonardo Bistolfi (1859-1933) e lo scrittore Giovanni Cena (1870-1917), che di Pellizza diventerà amico fraterno. In quest’occasione, una delle sue opere, Sul fienile, viene acquistata dalla Società Promotrice di Belle Arti e assegnata ad uno dei soci.
Ancora a Torino prende parte all’Esposizione Nazionale del 1898, dove propone Lo specchio della vita, dopo aver tentato invano di creare un padiglione divisionista insieme a Morbelli, Segantini e Nomellini. Sono anche gli anni delle prime esposizioni internazionali: nel 1896 Sul fienile è stato esposto a Monaco di Baviera, nel 1897 a Bruxelles è la volta di Mammine e Processione, nel 1897 a Pietroburgo ci sarà di nuovo Mammine. La sua attività risveglia l’attenzione di mercanti d’arte come Vittore Grubicy de Dragon (1851-1920), di scrittori come Neera (Anna Radius Zuccari, 1846-1918) e Angiolo Silvio Novaro (1866-1938), di critici e giornalisti come Vittorio Pica (1864-1930) e Ugo Ojetti (1871-1946).
Sul finire del 1899 nasce la primogenita Maria e nel 1902 la secondogenita Nerina.

Il Quarto Stato (1901 e 1902)
In mezzo a questi due ultimi avvenimenti, c’è la conclusione del Quarto Stato, cui lavora tra il 1898 e il 1901, dopo aver lasciato l’ultimo bozzetto preparatorio dal titolo Il cammino dei lavoratori: sarà anzi questo il titolo della “tela grande” fino alla vigilia della prima esposizione pubblica, alla Quadriennale torinese del 1902. Solo allora adotterà il titolo definitivo, soprattutto per la suggestione degli scritti sulla Rivoluzione francese dello storico e politico Jean Jaurès (1859-1914), discussi con l’amico tortonese capitano Aristide Arzano (1866-1943).

Nuovo inizio
Il mancato riconoscimento torinese al suo capolavoro di impronta politica e sociale lo porta ad immergersi nella natura, attraverso la realizzazione di quadri di paesaggio puro come Mattino di Maggio (1903), Paesaggio presso il prato del Pissone (1904), La Montà di Bogino e Mattino d’estate (entrambi del 1905); altri lavori, secondo l’espressione utilizzata dallo stesso pittore, vogliono essere una “glorificazione”, una sorta di celebrazione panteista dei fenomeni naturali visti nei loro momenti più solenni: ne sono esempio Il ponte e Il sole (entrambi datati 1904) e il trittico su L’amore nelle età della vita (ultimato nel 1906-1907), il cui percorso creativo si intreccia con quello degli Idilli.
È un periodo, quello successivo al Quarto Stato, caratterizzato da momenti alterni; nel febbraio-marzo 1906, tentato di abbandonare l’eremo di Volpedo, raggiunge l’amico Giovanni Cena a Roma, e di questo soggiorno restano alcuni scorci di paesaggio colti a Villa Borghese; non mancano le affermazioni artistiche, anche con importanti risvolti economici: nello stesso 1906, in due momenti distinti, tanto Il Sole quanto Lo specchio della vita vengono acquistati dallo stato per le collezioni del Regno, rispettivamente per 2.500 e 4.500 Lire. Alle esposizioni italiane (Venezia, Genova, Torino, Milano, Roma…) si affiancano importanti occasioni internazionali: dopo Parigi (1900, occasione di un secondo soggiorno nella capitale francese), sue opere sono presenti al Glaspalast di Monaco di Baviera dal 1901 al 1905, a Monaco Principato nel 1901, a Berlino nel 1902, a Londra e a Saint Louis (Usa) nel 1904, ad Angers (Francia) nel 1905.
Maestro ormai riconosciuto, è considerato un punto di riferimento artistico da pittori giovani e meno giovani come il nuorese Antonio Ballero (1864-1932), il saluzzese Matteo Olivero (1879-1932) e il tortonese Angelo Barabino (1883-1950).
Memore anch’egli dei suoi colleghi e maestri, si reca nel 1904 e poi ancora nel 1906 in Engadina per una sorta di pellegrinaggio artistico sui luoghi in cui aveva vissuto e lavorato l’amico Giovanni Segantini, riportandone suggestioni di paesaggi alpini che si riverberano in particolare in Membra stanche o Famiglia di emigranti (1906), che segna anche un ritorno alla tematica sociale.

Epilogo
Nel 1907, poco dopo la nascita muore il terzogenito Pietro, seguito dalla moglie Teresa, punto di riferimento essenziale nella vita del pittore, specie ora che il padre invecchiato non è più in grado di occuparsi delle incombenze legate all’azienda di famiglia (morirà nello stesso anno). Provato dalle perdite e incapace di vedere una prospettiva di vita e per la sua arte senza l’aiuto dei familiari, Pellizza decide di togliersi la vita, nel suo stesso studio a Volpedo, alle prime ore del mattino del 14 giugno 1907.

Testo riadattato dalla Biografia predisposta per il catalogo della mostra “Giuseppe Pellizza da Volpedo e il Quarto Stato. Dieci anni di ricerca appassionata”, Milano, Museo del Novecento (14 novembre 2013 – 16 marzo 2014)

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