Membra stanche o Famiglia di emigranti (1906), olio su tela, cm 127x164, collezione privata

Nel 1906 Giuseppe Pellizza lavorò alacremente ad uno dei suoi capolavori divisionisti, frutto di un lungo periodo di maturazione e di elaborazione figurativa, ispirato al tema del lavoro: si trattava di Membra stanche, che “è la tappa presso Volpedo di una famiglia che ritorna all’Appennino dalle risaie lomelline”, una tela poi intitolata Emigranti o La famiglia di emigranti.
Era un quadro nodale nel percorso pellizziano, la cui prima idea risaliva al 1896, anno di un bel bozzetto con cui il pittore aveva già definito numero e posizione delle figure da porre in primo piano, con il Curone sullo sfondo. Il soggetto perfezionava e dava un respiro universale alla vicenda del lavoratore morto trattata in Sul fienile, e poneva in più esplicita evidenza la realtà “locale” del fenomeno, allora in espansione, dell’emigrazione per il lavoro, superando nel rigore assoluto della composizione e nella icasticità delle pose qualsiasi tentazione di risolvere il tema in chiave di pittura di genere o di descrizione aneddotica.
La data del bozzetto era assai significativa perché proprio nell’ultimo decennio dell’Ottocento il tema aveva incominciato ad attirare l’attenzione di scultori e pittori: basti pensare ai quadri di artisti legati alla rappresentazione del vero ed educati alla esperienza della macchia alla scuola di Fattori come Raffaele Gambogi ed Adolfo Tommasi che, a metà degli anni novanta, avevano scelto di raffigurare nelle loro tele dal titolo Gli emigranti il radunarsi sulle banchine di un porto, ispirato probabilmente a quello a loro familiare di Livorno, di lavoratori e famiglie in vista dell’imbarco per l’America: era una rappresentazione attenta a cogliere fisionomie ed atteggiamenti tipici di gruppi di lavoratori, ma anche a rendere percepibile la dimensione della trepida attesa per un viaggio lungo e pieno di incognite e, al tempo stesso, ritenuto ineluttabile e fonte di speranza. Era un tema che aveva richiamato l’interesse anche di letterati e poeti sensibili alle vicende del popolo, come documenta Sull’Oceano di De Amicis del 1889, uscito con le illustrazioni di Arnaldo Ferragutti, che ben esplicita i momenti della traversata da Genova a Montevideo e le diverse classi sociali che si stratificavano nei bastimenti di compagnie che si erano specializzate in questo genere di trasporto.
Era un imbarco che nasceva all’insegna di un mito americano che incominciava ad attrarre proletari nella speranza di un lavoro sicuro, ma anche rampolli di famiglie benestanti convinti di poter ampliare internazionalizzando oltreoceano le proprie fortune e, non ultimi, artisti in cerca di migliori occasioni di lavoro diretti nel Sud America, e soprattutto in Argentina, ma anche nel Nord America (fra gli amici di Pellizza Edoardo Cerutti migrò in America Latina e Giuseppe Callatrone negli States con tappe a Chicago, San Francisco, New York e Scranton). Se Gambogi e Tommasi (che a sua volta ebbe una esperienza di vita oltreoceano) ci rappresentano sullo sfondo delle loro famiglie popolari le navi che affollavano il porto italiano di partenza, fu un artista legato alla rappresentazione del vero con forte connotazione sociale come Attilio Pusterla, che aveva lasciato l’Italia nel 1899, a fornirci attorno al 1912-13 delle belle testimonianze del porto di arrivo e dei primi grattacieli di Manhattan.
La scelta di Pellizza era stata diversa per più motivi: dal suo luogo d’origine ai piedi dell’Appennino muovevano più migrazioni: a quelle a lungo raggio per i lontani lidi d’America si accompagnavano le più frequenti migrazioni stagionali dal monte al piano, sempre per la ricerca di un lavoro che si sperava di trovare nelle risaie e nelle campagne alessandrine, casalesi e vercellesi.
In questo senso il suo quadro poteva confrontarsi con quel Ritorno al paese natio dell’amico Segantini, anch’esso compiuto nel 1895 e che coglieva la volontà di riportare al proprio paese natale almeno da morto il contadino che dall’Engadina era migrato, come tanti suoi simili, negli altri più ricchi cantoni svizzeri. Non possiamo escludere che la catena di montagne sullo sfondo degli Emigranti di Pellizza, presente nella versione finale dell’opera ma non nel bozzetto e appena accennata nel cartone preparatorio, possa intendersi come omaggio all’opera segantiniana, incentivato dai due viaggi (del 1904 e di nuovo proprio nel 1906) compiuti in Engadina sui luoghi cari all’amico scomparso.
Sia che provenissero dall’Appennino o dal fondo valle, gli emigranti transoceanici della Val Curone avevano come punto d’imbarco il porto di Genova, quel porto che i pittori lombardi dell’Ottocento avevano amato e dipinto più volte (basti pensare alle molte tele di Pompeo Mariani) e che era sede di società di navigazione che avevano affidato a questo trasporto una parte non insignificante delle loro entrate economiche, come la Rubattino: ed è una storia orale che forse attende ancora di essere puntualmente raccolta e rielaborata quella che racconta le fasi di preparazione alla partenza, le feste d’addio ad amici e compagni nelle sedi delle Società di mutuo soccorso e l’emozione alla vista del mare e del grande porto ligure, che incominciava ad essere celebrato nella sua attività anche dalle fotografie pubblicate nella stampa periodica illustrata, almeno dal 1892, anno delle celebrazioni per il quarto centenario della scoperta dell’America.

Testo di Aurora Scotti, tratto da: Piero Leddi, Emigranti. Dipinti e disegni. Omaggio a Pellizza da Volpedo, Volpedo 2006 (catalogo della mostra, Volpedo 9-24 settembre 2006)