Il girotondo (1906-1907), olio su tela, diametro 100 cm, Milano, Milano, Galleria d'Arte Moderna (Villa Belgiojoso Bonaparte, Museo dell'Ottocento)

E tuttavia dopo il ritorno a Volpedo, nel maggio 1906 Pellizza confessava che, ripensando alla vendita al mercante di Amsterdam di Idillio primaverile, provava dispiacere al pensiero che i suoi lavori andassero in terre lontane. Forse a questa sottile malinconia si deve la decisione, comune anche ad altri artisti dopo una vendita significativa, di riprendere lo stesso tema in una nuova tela, utilizzando la velina che aveva preparato per Idillio primaverile per impostare Idillio campestre nei prati della Pieve (Il Girotondo). Sembra infatti potersi escludere per questa tela un inizio precedente, magari come un’altro pannello del ciclo ispirato agli Idilli perché, in casi analoghi, Pellizza non ha mai scelto di adottare due impianti compositivi assolutamente simili: si vedano ad esempio le varianti del primo ed ultimo pannello del trittico L’amore nella vita (oggi parte in coll. privata e parte a Torino, GAM), rispettivamente in Passeggiata amorosa (Ascoli Piceno, Pinacoteca civica) e in La paratoia nera (Alessandria, Fondazione della Cassa di Risparmio di Alessandria). Se per Idillio primaverile non mancano le testimonianze negli scritti di Pellizza, analogamente a quanto avviene per altre tele di questi cicli simbolisti del primo Novecento, per il Girotondo non abbiamo nessun riscontro diretto su tempi e modi di esecuzione, confermando così l’ipotesi che possa essere stato elaborato proprio tra 1906 e 1907. Al tempo stesso sembrerebbe azzardato, data la lentezza di esecuzione di Pellizza e le molte opere a cui lavorava tra 1906 e 1907, per non parlare delle sue complesse vicende personali (la nascita e la morte del terzogenito, seguita a non lunga distanza da quella della moglie, che precedette la morte del pittore stesso a soli 39 anni), pensare ad una esecuzione accelerata, rendendo in un certo senso plausibile l’affermazione a suo tempo fatta da Angelo Barabino e ritrasmessami dal figlio Bruno (affermazione che aveva un po’ irritato e lasciato incredule figlie del pittore), di aver lui stesso contribuito al completamento della tela .
Pellizza aveva sempre preferito non tenere nel proprio studio giovani aspiranti pittori, ritenendo necessaria per gli artisti una istruzione non solo tecnica ma anche letteraria e filosofica; nel 1900 aveva incoraggiato lo stesso Barabino a frequentare regolari studi accademici, ma probabilmente non aveva rifiutato l’amicizia col giovane tortonese negli anni successivi influenzandone fortemente le scelte tematiche e coloristiche, come mostrano i precoci studi di Barbino su Il sole o le visioni campestri nei dintorni di Tortona, influenze sottolineate dalla critica ed esplicitate anche, dopo la mostra del Divisionismo di Trento, nelle più recenti esposizioni dedicate a Barabino. Il confronto ora possibile fra le due tele consente a tutti di giudicare qualità e differenze, diventando così una pietra miliare per valutare anche possibili interrogativi suscitati da qualcuna delle ultime opere di Pellizza, quelle rimaste nello studio magari a un passo da un completamento che in genere arrivava molto tempo dopo il loro inizio, o che, dopo qualche anno di abbandono nello studio di Volpedo, avevano necessità di qualche ritocco o verniciatura – secondo le abitudini di allora - prima di essere inviate a mostre ed esposizioni: dopo la mostra individuale alla biennale di Venezia del 1909, curata da Ojetti ma con la consulenza di Morbelli e dello stesso Barabino, la prima importante mostra fu quella alla Galleria Pesaro nel 1920 curata da Ojetti, con ancora la consulenza del vecchio Morbelli.

[Testo di Aurora Scotti, tratto da Luce, controluce, iridescenze. Pellizza e gli amici divisionisti, Tortona-Volpedo 2007, catalogo della mostra, 2 settembre - 21 ottobre 2007]